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Napoli, lunedì 22 luglio

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Meglio uno stadio fuori città

Il Presidente

Pubblicato sul quotidiano Repubblica

Fanno bene le associazioni sportive a rivendicare il proprio diritto d’uso dello stadio "Maradona", opponendosi all’ipotesi della soppressione della pista di atletica nell’ambito del progetto di riqualificazione dell’arena di Fuorigrotta, in vista degli Europei del 2032. In una città dove già scarseggiano gli impianti al servizio delle attività agonistiche diverse dal calcio, di tutto c’è bisogno fuorché di un ulteriore ridimensionamento degli spazi a disposizione degli atleti. Che le condizioni attuali dello stadio non siano conformi ai parametri Uefa non v’è dubbio, ma la corsa affannosa per renderlo idoneo, in tempo utile, non deve comportare sacrifici, addirittura superiori ai presunti vantaggi. Certo, perdere la vetrina degli Europei di calcio sarebbe un grosso smacco per Napoli, però è tutto da verificare il beneficio per la città, anche in termini di indotto turistico, di questa manifestazione, peraltro organizzata in tandem con la Turchia. In pratica, soltanto la metà delle partite in programma si svolgeranno in Italia e di queste qualcuna, eventualmente, a Napoli. A preoccupare maggiormente è il progetto di rendere lo stadio un’infrastruttura polifunzionale. Questo è il nodo della questione che ci si ostina a minimizzare. Già solo in occasione delle partite di football si blocca l’intera zona flegrea, con i suoi centomila abitanti, se, però, il “Maradona” venisse trasformato in un centro di attrazione aperto per l’intera settimana mediante il contributo di altre attività parallele di grande richiamo, come negozi, ristoranti, palestre e chi ne ha più ne metta, allora il caos sarebbe continuo e insopportabile. Il territorio interessato è ormai saturo in termini di residenze, attività commerciali, terziarie, fieristiche (Mostra d’Oltremare), ricreative (Edenlandia, Zoo, Cinema multisala ecc.), musicali (Auditorium, Palapartenope), sportive (Ippodromo, Piscina Scandone, Palabarbuto), di studio (Università), ricerca (Istituto Motori) e telecomunicazioni (RAI). Appesantirlo con ulteriori poli attrattori è assurdo, tenuto conto che, già allo stato, basta poco per raggiungere la paralisi, come puntualmente accade quando è in programma una partita del Napoli, un concerto o un evento alla “Mostra”. Figuriamoci cosa accadrebbe se dovessimo aggiungere il surplus di mobilità generato dalle nuove possibili attrazioni interne e intorno al “Maradona”. Per i residenti sarebbe la definitiva perdita del diritto alla quiete, travolti da una sorta di movida perpetua, imprigionati in casa propria senza più la certezza di poter uscire o farvi ritorno a causa degli ingorghi e della sosta selvaggia, vista l’assenza di sufficienti aree di parcheggio. Una bolgia infernale che renderebbe ancora più critica la condizione di un territorio a rischio eruzione, come appunto i Campi Flegrei, già martoriati dal bradisismo, nel quale bisogna sempre garantire la piena e sicura accessibilità e praticabilità delle vie di fuga in caso di emergenza. Peggio ancora sarebbe, poi, l’eventuale scelta scellerata di realizzare uno stadio nuovo, con tanto di cittadella dello sport, centri commerciali e ludici a Bagnoli: la “tempesta” perfetta!  Per questi motivi riteniamo che sia preferibile il progetto iniziale del patron del Napoli di realizzare ad Afragola (o comunque fuori città) un nuovo impianto, moderno e polifunzionale, di sua proprietà. Si tratta, infatti, dell’unica soluzione capace, in un solo colpo, di fare gli interessi di tutti: dell’imprenditore con una serie di attività altamente redditizie, dei tifosi che potrebbero finalmente disporre di una infrastruttura all’avanguardia prima, durante e dopo la partita, dell’hinterland napoletano che si avvantaggerebbe dell’indotto garantito dalle invitanti iniziative commerciali insite nel nuovo stadio e della stessa decima Municipalità che potrebbe tornare a respirare grazie a questo salutare decentramento. E per gli Europei di calcio? C’è sempre il “Maradona”, purché si riesca a riqualificarlo per tempo, senza sacrificare la pista di atletica e rinunciando alla previsione di inglobarvi altre funzioni e attività.

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